Che senso ha fotografare in analogico oggi?
E, più in generale, che senso ha fotografare oggi?
Analogic without logic nasce da questa domanda, senza cercare una risposta definitiva.
Al contrario, abita lo spazio dell’incertezza,
assumendo la mancanza di senso come punto di partenza.
Il processo analogico — impressionare la pellicola, svilupparla, digitalizzarla — si configura
come una sequenza apparentemente contraddittoria: un passaggio continuo tra materia e traduzione, tra gesto e codice,
tra esperienza e astrazione.
Un circuito in cui il senso si disperde, si trasforma, si ricompone.
In questo contesto, la scelta dell’analogico non è dettata da nostalgia né da una posizione
estetica, ma da una necessità operativa: sospendere le logiche produttive e progettuali che normalmente guidano il mio atto fotografico.
La “logica senza logica” evocata nel titolo diventa così un dispositivo di liberazione.
Un modo per sottrarsi al controllo, per riattivare uno sguardo non addestrato, aperto
all’errore, all’intuizione, alla possibilità.
Il lavoro si configura come un tentativo di azzeramento: un ritorno a una condizione primaria
dello sguardo, a una forma di ingenuità che non appartiene al passato, ma che viene qui costruita come necessità presente.
Analogic without logic non propone una riflessione nostalgica sul mezzo fotografico,
ma un attraversamento consapevole della sua crisi di senso.
È in questa tensione — tra assenza di finalità e urgenza espressiva —
che il lavoro trova il proprio statuto.